lunedì 16 ottobre 2017

Nella testa dei grandi editori. La punteggiatura nel discorso diretto

Alcune indicazioni sull'utilizzo della punteggiatura nel discorso diretto.

Dal film Ghostwriter.
«Dunque.» Alla fine parlò, e mise un che di definitivo nella parola. «Dunque. Dovevi farti notare da lui, vero? Dovevi attirare l'attenzione. Ebbene. Ha deciso cosa fare di te.» (L'apprendista assassino, Robin Hobb, Fanucci, 2008)

Partiamo dalle basi: virgolette basse (caporali) e virgolette alte.
La maggior parte delle case editrici opta per le caporali. Una dritta: se non le trovi sulla tastiera, la soluzione più rapida è premere alt insieme ai numeri 0171 per ottenere « e alt insieme a 0187 per » (e ne approfitto per segnalarti anche alt 200 per scrivere la È).

Le alternative alle caporali, comunque, esistono. Nel romanzo sci-fi Tutti a Zanzibar di John Brunner (2008), Urania ricorre al trattino lungo: 
– Spicciatevi! – gridò l'ufficiale di rotta. – Muovetevi, per l'amor del cielo!
La differenza rispetto alle virgolette sta tutta nel fatto che non occorre chiudere il parlato con il trattino. Semplice, no? Un po’ meno (finché non ci fai l’abitudine, almeno) lo è saper piazzare virgole e punti: ogni editore ha il proprio modo di uniformare

Quasi sempre, il punto che conclude il periodo viene inserito prima delle virgolette: 
«Sai che cos'è quello?» sussurrò. «È l’ultravioletto.» (H.P. Lovecraft, Necronomicon, Oscar Draghi)
Così faccio anch'io in Watson edizioni e per i romanzi che edito: 
«Se siamo fatti del sogno di Dio, il nostro doveva essere un incubo.» (Jack Sensolini, Il ballo degli infami, 2017)

Il punto va alla fine delle virgolette solo se il parlato è preceduto dai due due punti, come in questa frase de Il Battello del Delirio (George R.R. Martin, Oscar Fantastica, 2017):
L’uomo al tavolo spinse via la zuppa, indicò la sedia di fronte a sé e disse: «Ti stavo aspettando. Prego, accomodati».
Il detective chiese: «A che ora ha sentito lo sparo?». Il testimone rispose: «Verso le nove». (Norme Piemme) 
Egli disse: «Me ne vado». (Norme Sperling & Kupfer) 
Disse: «Non c’è più niente da fare. È finita». (Norme Rizzoli BUR) 
Fanucci, invece, il punto fuori dalle virgolette lo omette sempre. (L’evidente disprezzo del ragazzo per Burrich mi sorprese a tal punto che sbottai: «Fitz. Mi chiama fitz.»)

E per le virgole? Ecco come le affrontano i grandi editori: Longanesi aggiunge la virgola dopo le caporali per tutti i discorsi diretti, come ne Il trono senza re di Bernard Cornwell («Già, ci vorrebbe proprio un po’ di birra», brontolai.)


Rizzoli BUR evita le virgole se spezza il parlato con un inciso («Non c’è più niente da fare» disse «e dobbiamo sbrigarci.») ma fa un’eccezione quando la frase tra virgolette prima e dopo viene considerata come due discorsi diretti autonomi. 
«Senti, Enrico,» disse Giacomo, inforcando la bicicletta «ho bisogno di parlarti.»
Così Piemme («Spicciatevi,» disse «aprite quella porta.»). 

In Tutti a Zanzibar, invece, Urania inserisce la virgola al termine dell’inciso (– In primo luogo – disse con tono di noia l'ufficiale di rotta, – le persone che recapito qui preferisco non pensarle come persone.) Io preferisco questa scelta. 

Per finire, puntini di sospensione, punti interrogativi ed esclamativi, gerarchia nella punteggiatura. 

Secondo i più, i puntini di sospensione (che sono sempre tre!) non vanno spaziati dalla parola che li precede, mentre uno spazio deve separarli dalla parola che segue. Quest’ultima regola, almeno per Piemme, non vale nel caso in cui la frase si apra con i puntini di sospensione: «...forse, non so... non ricordo» balbettò. 
Egli disse: «Me ne vado…» (Norme Sperling)
«Non c’è più niente da fare…» ammise. E sospirò: «È finita». (Norme Rizzoli BUR)
Quando sono presenti punti interrogativi ed esclamativi seguiti dalle virgolette, conviene semplicemente adattarsi alle uniformazioni delle case editrici. Eccone alcune: 
Il detective chiese: «A che ora ha sentito lo sparo?». (Norme Piemme)
Domandò: «Come stai?». Sbottò: «Ci mancherebbe altro!». (Norme Rizzoli BUR)
Egli disse: «Me ne vado!» (Norme Sperling)
Ed eccoci finalmente alla gerarchia nell'utilizzo della punteggiatura. La parola a Piemme! 

Nei dialoghi si usano le virgolette basse o caporali (« ») all'inizio e alla fine delle battute. Se all'interno di queste ne sono richieste altre, si usano le virgolette alte (“ ”) e per un’ulteriore citazione interna si usano le apicali singole (‘ ’). Nel caso di frasi pensate e non pronunciate si usano le virgolette alte oppure il corsivo.

( © Alfonso Zarbo: consulente Oscar Mondadori, editor, social manager) http://alfonsozarbowriter.blogspot.it/

martedì 10 ottobre 2017

Il Battello del Delirio. Torna in libreria “il vampiro secondo Martin”

Stazza imponente, diciotto caldaie, intarsi sui ponti e grandi ruote a pale che divorano il fiume come mai si era visto prima. Il Fevre Dream non è un semplice battello. È il più veloce di tutti. Ma cosa si cela dietro all'incredibile dono del pallido gentiluomo inglese Joshua York a un capitano in rovina? Il viaggio comincia, nel caldo opprimente di un luglio torrido del 1857, sulle acque torbide e insondabili del fiume Mississipi...

Romantico, poetico e terrificante: così il celebre autore di fantascienza Roger Zelazny ha definito Il Battello del DelirioIl romanzo di George R.R. Martin, pubblicato in Italia prima da Fanucci, poi da Gargoyle Books e ormai introvabile, aveva già riscosso negli anni passati un enorme successo di critica dalle maggiori testate sul fantastico e sul genere horror:

“Qualcuno ha definito Il Battello del Delirio un incrocio fra Bram Stoker e Mark Twain, ovvero una storia steamboat in salsa vampirica, tuttavia il debito verso questi due autori è rimborsato con gli interessi.” (Fantasy Magazine)  

“Il grande maestro di fantasy e fantascienza, celebre per le sue Cronache del ghiaccio e del fuoco, rielabora, inventa e sorprende, tratteggiando al contempo un nitido ritratto della “vita di fiume” durante il XIX secolo.” (Horror.it)  

“Per farne un film ci vorrebbero la dimensione epica di John Ford, la grandiosità primeva di John Milius e il talento visionario di un Francis Ford Coppola agli steroidi.” (Alan D. Altieri)

“Una grande prova narrativa che mescola generi e stili, visionaria e terrificante quanto basta per soddisfare diversi palati: ancora una volta, grazie George.” (Sognando Leggendo)

Ora Il Battello del Delirio torna in libreria per la collana Oscar Fantastica di Mondadori. Le caldaie sono accese, la spedizione più sinistra di sempre può avere inizio. Quale occasione migliore per riassaporare “il vampiro secondo Martin”?

La trama sul nuovo sito Oscar Mondadori
Ne parliamo anche sulla pagina Oscar Mondadori Vault


( © Alfonso Zarbo: consulente Oscar Mondadori, editor, social manager)
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lunedì 9 ottobre 2017

Tredici Lame. Intervista al traduttore di Joe Abercrombie

Edoardo Rialti: traduttore di Joe Abercrombie e Pierce Brown (solo per citare i più noti), giornalista de «Il Foglio» e prima ancora, e forse sopra ogni altra cosa, grande appassionato di fantastico. Un vero ramingo della parola scritta, insomma! Edo, ricordi il momento in cui il tuo percorso ha avuto inizio?

Anzitutto, grazie di cuore, Alfonso, per la possibilità di questa chiacchierata! Come diceva il grande romanziere ebreo Chaim Potok, gli inizi sono sempre difficili. Da scrivere o anche solo da rintracciare. Soprattutto quando si va a toccare un nodo interiore, o un grande amore. Per quanto mi riguarda, credo di dover risalire a due immagini che mi porto nel cuore e negli occhi da quando sono bambino, e che hanno dato le coordinate del mio sguardo e poi anche del mio lavoro. Non ho memoria di me senza di esse: la prima è il Fosso di Helm assediato dagli orchi di Saruman, che si riversano nella breccia come un fiume nero, che ride crudele e feroce. L’altra è il momento dell’Odissea in cui Odisseo getta via gli stracci da mendicante, ringiovanisce e tende l’arco d’oro, per lo sconcerto dei Proci. La prima scena viene dalla versione-cartone animato di Ralph Baski, la seconda da un adattamento per ragazzi del poema omerico, ma contengono già tutto, per me: sono come due fermi-immagine di un flusso molto più ampio, di due storie, appunto. Sono i primi due racconti che mi hanno fatto sentire quella strana trafittura alle viscere, che sarebbe poi affiorata in tutte le esperienze decisive della vita, e con quella loro intensità incomunicabile, che comprende e supera sempre tutti i motivi che puoi elencare sul “perché” quella scena, quel personaggio, quel racconto, ti coinvolga tanto. Per me in fondo si tratta sempre e solo di questo. Il grande C.S. Lewis diceva che è più vicino a Milton un ragazzino che lo legga senza capirci granché ma esclami “Wow” del critico raffinato cui però il testo non dica più niente a quel livello di coinvolgimento emotivo, di “connessione sentimentale”, parafrasando Gramsci. Il mio lavoro come critico, traduttore e scrittore è appunto quello di cercare sempre e solo di trasmettere delle storie che reputo importanti, e che abbiano per prima cosa coinvolto, sfidato, trafitto il mio stesso cuore: storie altrui (da segnalare con una recensione, da insegnare all'università o in una conferenza o magari tradurre interamente nella tua lingua) o, si quid est, storie mie.

Parliamo di Tredici Lame – racconti dal Mondo della Prima Legge (inutile nascondervi che mi è piaciuto da matti tenermi al passo con questa sua nuova impresa!). Riusciresti a condensare la raccolta in una sola parola?

Tagliente… Qui ci si taglia eccome, forse andava anche messo in copertina un Maneggiare con cautela. Che sia per l’arguzia della prosa, il suo black humour, per l’audacia degli stereotipi di genere che vengono ribaltati e sfidati a ogni piè sospinto, per le conclusioni “a spirale” che ti riportano spesso al punto di partenza, approfondendolo o trasformandolo, per la ferocia degli scontri (si tratti di lame effettivamente incrociate o duelli verbali), Abercrombie non ci offre tredici racconti, ma davvero tredici lame, a doppio taglio, come spesso sono gli eventi significativi della vita umana, che siano tre le gelide nebbie del suo Nord, le compagnie mercenarie che arrancano polverose sotto il sole della Styria, o in qualunque circostanza attenda il lettore una volta chiuso il libro. Il suo fantasy grimdark, come tutte le finestre narrative autentiche con cui affacciarsi sul mondo, ha il sentore inesorabile delle cose vere. E già mentre ti tagli, sghignazzi, perché te ne accorgi. Lo senti.

Dall'edizione limitata di The Heroes
Sicuramente avrai un sacco di cose da svelarci...

I racconti di questa raccolta integrano personaggi o storie che i lettori dei romanzi della “Prima Legge” credevano – credevano! – magari già di conoscere, aggiungendo nuovi dettagli del loro passato o di eventi contemporanei e persino successivi a quelli dei libri precedenti, e che gettano spesso una luce diversa. Chi ha amato la pericolosa compagnia di Novedita il Sanguinario, chi ha riso alle battute di quell'irresistibile bugiardo e ubriacone di Nicomo Cosca il mercenario, chi ha parteggiato per la spietata e dolorosa vendetta di Monza Murcatto, li ritroverà ad agire nella loro sconosciuta giovinezza, li vedrà attraverso gli occhi di ruffiani o acerrimi nemici. E potrebbe restare molto, molto sorpreso. Ma non si tratta solo di ritrovare Glotka l’Inquisitore prima che  diventasse un mostro sdentato e zoppo, o l’amara saggezza di Curden lo Strozzato e i suoi scalcinati compagni, ma anche di accompagnare una nuova strana coppia di eroi… eroine a essere precisi: Javre, la Leonessa di Hoskopp, una guerriera prodigiosa, dagli appetiti alcolici ed erotici altrettanto poderosi, e la sua compagna di avventure, Shev, una ladra con la passione per le ragazze pericolose e dalle gambe lunghe… Tutto questo, come si sarà certamente già capito, costituisce non solo un grande libro fantasy, ma anche un audace libro “sul” fantasy stesso, una riflessione ironica e piena d’amore per i topoi e stereotipi del genere, dalle guardie che pattugliano i camminamenti (e finiscono sempre spacciate senza il tempo per dire “Ahi)  alla magia (quando inquieta davvero), dalle effettive conseguenze di un conflitto nella prospettiva dei contadini sui cui campi marciano gli eserciti a quanto sia facile che un eroe di guerra diventi un mostro in tempo di pace. Se autori come J.R.R. Tolkien sono i “John Ford” del fantasy, voci e sguardi come quello di Abercrombie sono invece i “Sergio Leone” che investigano le pieghe e piaghe di ciò che credevamo già di sapere. Con umorismo e al tempo stesso commozione.

Dicci un po': c'è una frase o magari un detto che ti sono rimasti impressi?

C’è una divertente tendenza al proverbiale nella scrittura di Abercrombie, come nelle saghe norrene. E i detti memorabili (e tatuabili!) costellano tutte le pagine. Possono affiorare sulle labbra di un protagonista o nel ringhio di un avversario apparentemente secondario. Ma ecco due perle: «Affidare una spada a un uomo è una gran cazzata. Una cazzata per lui, e per chiunque si trovi nei paraggi». A cui aggiungerei la constatazione che in guerra «La sorpresa è come la verginità. Hai solo un’occasione per sfruttarla, e normalmente l’intera faccenda si rivela un’enorme delusione».

Non dev'essere facile tradurre Joe: hai riscontrato qualche difficoltà agli inizi? Penso a qualche terminologia particolare, alle scene di combattimento, alla violenza... E ti capita ancora, in questo caso con Tredici Lame?

Difficoltà se ne trovano sempre… e mi viene da dire «per fortuna», perché, almeno per me, costituiscono un segnale che sto quantomeno cercando davvero di ascoltare la voce del testo e dell’autore. Nel caso dei grandi scrittori come Abercrombie si tratta spesso di tener dietro alla fluidità e arguzia dello stile originale, che sfoggia un’apparente facilità che cancella lo sforzo passato a ottenerla, come uno che spazzi le tracce nella neve alle sue spalle, o un nuotatore che sfrecci in acqua dopo anni di allenamenti. A ciò va aggiunto che l’inglese è un linguaggio “denso”, capace di alludere molto con poco. L'italiano tende a distendere le immagini e le costruzioni, e le stesse costruzioni verbali in –ing, che in inglese possono risultare comunque dinamiche, vanno spesso spezzate per mantenere il ritmo. Joe Abercrombie sa essere estremamente visivo e al tempo stesso, come gli autori di pregio, “scrive con le orecchie” (assonanze, echi, allitterazioni, giochi di parole). Il primo a tagliarsi maneggiandolo è dunque proprio il sottoscritto, sanguinante e felice. E spero di non averlo affatto smussato per i lettori italiani!

EDOARDO RIALTI (1982) ha trent'anni e continuerà ad averli, perché ha un ritratto che invecchia in soffitta al posto suo. È docente di Letteratura Comparata in Italia e in Canada, ed è traduttore e curatore di letteratura inglese, fantasy e fantascienza per Mondadori, Marietti, Lindau. Vive (in treno) tra Firenze, Roma e il mare. Per Cantagalli ha pubblicato L’uomo che ride, Un’infinita sorpresa, La lunga sconfitta, la grande vittoria: biografie letterarie di G.K. Chesterton, C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien che raccolgono le puntate uscite tra il 2010 e il 2014 su «Il Foglio». Nel 2016 ha raccontato a puntate la vita e le opere di Christopher Hitchens. Ritiene che l’alcol, in analogia col divino, non risolva i problemi, ma li renda più affrontabili. Come i Greci ama lo sport e le chiacchierate, ma a loro differenza considera la matematica una corruzione egizia. Godersi sia Proust che Stephen King, Platone e George R.R. Martin costituisce per lui segno di grande equilibrio mentale.

Su Tredici lame - Joe Abercrombie | Libri Mondadori
L'anteprima di Tredici lame su Fantasy Magazine

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lunedì 2 ottobre 2017

Sceneggiatura. Un grande autore ha un tema raccontare

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Inutile girarci attorno: è così. Come ci insegna Story, «generalmente i grandi scrittori non sono eclettici».

Ernest Hemingway era affascinato dal come affrontare la morte. Dopo essere stato testimone del suicidio del padre, il suicidio era diventato il tema centrale dei suoi scritti e della sua vita. Diede la caccia alla morte in guerra, nello sport, nei safari, finché non la trovò mettendosi una canna di fucile in bocca.

Il padre di Charles Dickens era stato imprigionato per debiti, e allora lui scrisse di un bambino solitario alla costante ricerca del padre perduto (David Copperfield, Oliver Twist, Grandi speranze).

Molière ha rivolto il proprio occhio critico all'idiozia, alla depravazione della Francia del diciassettesimo secolo e ha avuto successo grazie a commedie con titoli che sembrano un elenco dei vizi umani: L’avaro, Il misantropo, Il malato immaginario.

Un pensiero all’amico cacciatore di Apocalissi Sergio Alan D. Altieri, che per sempre, «da sempre e ovunque – nel passato, nel presente o nel futuro che è già oggi –, ci racconta della Fine», convinto che «tra sette miliardi di esseri umani sul pianeta e l’agonia delle foreste pluviali, tra la scomparsa dei ghiacciai e il dilagare del petrolio negli oceani, tra il problema dei rifiuti urbani e quello delle scorie radioattive, tra la desertificazione delle fasce tropicali e il raddoppio ogni dieci anni del fabbisogno planetario di potenza elettrica, be’, forse non è del tutto impossibile che la Dinamica dei Sistemi stia per richiamarci all'ordine. In modo gelidamente sgradevole». (Intervista di Danilo Arona, su Carmilla.)

Ecco: ciascuno di questi autori ha trovato il proprio tema. Un’idea. Un solo argomento, ma ossessivamente mirato, che ha acceso la scintilla e che lui ha inseguito (con più o meno variazioni) nel suo lungo viaggio di scrittore.

Nel mio caso, un po’ riallacciandomi anche al tema di Sergio, credo che la vita sia una guerra senza possibilità di scampo, e che il nemico peggiore siamo noi stessi. La fede, gli dei – regole che ci siamo imposti per sentirci più al sicuro – non possono quasi nulla. Sta a noi cambiare. Molte storie che ho scritto (Come falene nella polvere da sparo, in Schegge, IvengralUltima Oasi) parlano di questo.

Il tuo tema qual è?

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giovedì 28 settembre 2017

Maiuscole e minuscole. Cosa ne pensano i grandi editori

Si scrive Paese o paese? Guerra Fredda o Guerra fredda? Mar Mediterraneo o mar Mediterraneo? La lingua italiana si evolve in fretta, e così il pensiero di autori, editori e lettori. Ma come si adattano le grandi case editrici?


BUR Rizzoli, per esempio, sostiene che «l’uso del maiuscolo è in costante regresso» e quindi «è opportuno segnalare i numerosi casi in cui viene ormai usata l’iniziale minuscola».

Qualche esempio pratico: cariche, titoli nobiliari, ecclesiastici, accademici e militari – come ministro, presidente, re, vescovo, papa, professore, generale – sono meglio in minuscolo, «a meno che non si trovino in un contesto marcatamente ufficiale».

In minuscolo anche san, santo, santa quando indicano la persona: “il patrono d’Italia è san Francesco”. Ma San Francesco quando fa parte del nome proprio di una chiesa, di una località, di una via. Un caso divertente che mi è capitato ultimamente tra le mani è stato quello del San Bernardo. Il cane. Quello va maiuscolo, sì. Alla faccia del santo.

E i nomi propri geografici? Buon divertimento! Il mese scorso ho avuto per le mani un bellissimo resoconto di viaggio sulle Alpi (poi ti darò il titolo, se ti ho incuriosito) ed è stato un delirio.

Scrive sempre BUR: «Nei casi in cui al nome proprio si associ un nome comune quest’ultimo può eventualmente essere minuscolo se non fa parte della denominazione di luogo (cioè se il nome proprio può sussistere anche senza di esso)».

Traduzione: visto che mar Mediterraneo è conosciuto anche solo come il Mediterraneo, mar andrà in minuscolo. Rigorosamente in maiuscolo, invece, Mar Nero, Mare del Nord; Monte Bianco, Monte Rosa o Capo di Buona Speranza. Vengono suggeriti infine in maiuscolo Golfo di Napoli, Lago Maggiore, Lago o lago di Garda (il Garda). Ma «per quanto riguarda golfo e lago, è da rilevare che, soprattutto nei testi di narrativa ma anche nei testi di saggistica non “specifici” (guide turistiche o saggi geografici), va ormai decisamente prevalendo l’uso dell’iniziale minuscola».

Okay, forse stai cominciando a pensare di trovarti in un campo di battaglia. E non sei arrivato in fondo! 


«Hanno infine l’iniziale maiuscola, per evitare qualsiasi ambiguità di significato, le parole Stato, Paese (nazione), Camera (dei deputati), Corte (di Carlomagno, d’appello), e per assimilazione logica con Camera si usa la iniziale maiuscola anche per Senato e Parlamento; Chiesa (quando s’intende l’istituzione); Terra (quando si indica il pianeta), Luna e Sole in un contesto astronomico, come nomi propri di corpi celesti.»

Non la pensa così Piemme, per la quale i vocaboli stato e paese hanno sempre l’iniziale minuscola, in tutti i significati.

Tutti d’accordo, invece, sulle denominazioni antonomastiche (Vecchio Mondo, Terzo Mondo, Grande Guerra e Guerra Fredda, ma Prima/Seconda guerra mondiale) e sui nomi di secoli, età, periodi storici, preistorici ed ere geologiche: il Novecento, il Secolo dei Lumi, gli anni Sessanta, la Controriforma, il Rinascimento, il Neolitico.

Sperling & Kupfer
sottolinea che «se questi nomi sono accompagnati da un aggettivo quest’ultimo andrà minuscolo (per esempio: il Risorgimento italiano)». E Guerra Fredda? Non ce lo svela.

Fate attenzione ai sostantivi tedeschi, sempre con iniziale maiuscola tranne quelli ormai entrati nell'uso comune della lingua italiana (lager, leitmotiv), e alle parole Madame, Monsieur, Lord, Lady, Sir con le varie abbreviazioni in Mme, Mlle, M., Mr, Mrs («si noti che solo l’abbreviazione di Monsieur va puntata»).

E il maiuscoletto? Ah, dannato lui!
Si usa per tutte le sigle che ancora attualmente vengono percepite come tali: FBI, FAO, ONU ma Fiat (così per Piemme ma non per Sperling, che vuole tutte le scritte maiuscole senza puntini: USA, CIA, FIAT); per la riproduzione di scritte che appaiono su cartelli, biglietti ecc. (es.: sulla porta campeggiava un cartello con la scritta VIETATO L’INGRESSO. – Trovò sul tavolo un biglietto: TORNO SUBITO. LAURA).*


Quando sono nel dubbio, comunque, da qualche mese mi affido a Chiarelettere (una casa editrice che si occupa di attualità, temi storici e di approfondimento) del gruppo Mauri Spagnol, perché analizza praticamente caso per caso, come Paleolitico, Neolitico, Rinascimento, Controriforma e fascismo, nazismo, surrealismo, astrattismo; oppure fa distinzione tra Stato e Chiesa, riferiti alle rispettive istituzioni, e concetti ideali: patria, nazione, regno. 

Insomma, quando parliamo di uniformazioni entriamo in un mondo di mezze verità, e per esperienza personale mi sento di dire che tutto è fondamentalmente corretto purché si tenti di spiegarlo con criterio e sia uniforme nel testo. Se sei un autore in cerca del grande editore, tranquillo: maiuscole e minuscole non faranno certo la differenza. No? Chissà...

( © Alfonso Zarbo: consulente Oscar Mondadori, editor freelance, social manager) https://www.linkedin.com/in/alfonsozarbo/

* Qui il M.TTO non è inseribile. Prendi per buono il maiuscolo, con un piccolo sforzo d’immaginazione!

domenica 24 settembre 2017

3 strategie (con)vincenti per proporsi agli editori

Tre strade possibili per avvicinarsi al sogno della pubblicazione.


Come ogni cosa, avanza a piccoli passi. Puoi cominciare ampliando la tua rete di contatti sui gruppi e sulle pagine Facebook. Molti editor amano tenersi aggiornati il più possibile ovunque si parli di libri e di scrittura. Instaurare un rapporto d'amicizia e di rispetto reciproco grazie alle passioni in comune è il primo passo per farsi notare... senza chiedere nulla in cambio. Come suggeriva in questi giorni Marco Monty Montemagno, imprenditore e appassionato del mondo tech, «prima costruisci il rapporto, poi la richiesta al limite viene da sé».

LinkedIn è il social ideale per individuare l'editor che fa al caso tuo. Inserendo il nome di una casa editrice nel campo di ricerca, puoi trovare una lista dei professionisti, con il ruolo che ricoprono. Di solito chi è nell'editoria ma non frequenta gruppi e pagine Facebook sul tema preferisce parlare di lavoro altrove. Su LinkedIn è più difficile restare in contatto, ma potresti chiedere umilmente un consiglio per proporre il tuo scritto. Prima bisogna chiedere l'amicizia. Un consiglio? Non inserire scrittore/writer nelle info principali del tuo profilo.


Perché non mandare la classica e-mail? In fondo non costa nulla e puoi sempre chiedere l'indirizzo esatto alla pagina Facebook dell'editore. Occhio: non è una scusa per inviare il classico copia-incolla. Per prima cosa cerca eventuali linee guida sul sito della casa editrice (un esempio: Invia il tuo manoscritto - Watson Edizioni). E ricordati: meglio essere umili, chiari e scrivere in modo semplice. Quelle prime parole rappresenteranno il biglietto da visita, ancora prima che della tua opera, del tuo modo di essere e di raccontare.

Buona fortuna!

( © Alfonso Zarbo: consulente Oscar Mondadori, editor freelance, social manager) https://www.linkedin.com/in/alfonsozarbo/

martedì 18 luglio 2017

All'abisso non si scampa - aggiornamento 07/17

Tempo di aggiornamenti, amici. Un po' di novità per voi dal mondo editoriale.

Prima di tutto vi annuncio che sono al lavoro su una nuova storia!
 

Il titolo provvisorio è Sotto Eterno Assedio. Un mix tra dark fantasy e sci-fi ambientato nell'Antico Egitto e...  be', «un po'» intorno.
  
Attraverso remoti golfi di tenebra nello Spazio profondo, i primi grandi dinasti egizi approdano sulla Terra e ne fanno avamposto per invadere Galassia Ra. 
Il principe Tirelia D'laan, però, è stanco di combattere e si rifugia su un pianeta ai margini del Sistema. Vuole ritardare l'Apocalisse che secondo una profezia si scatenerà sotto la Città-che-è-già-cadavere. Abbandona il mondo civilizzato e, per quindici anni, con un veleno annebbia e dimentica i propri demoni... quanto basta. Eccetto suo padre, nessuno è a conoscenza della verità. Ora però il Faraone sta morendo. Il Concilio della Tempesta non si fida di nessuno e pretende che l'erede faccia ritorno. 
A capo della missione di recupero, Naaktara: Bambina-guerriera. Un nome che le è rimasto addosso come il sangue di tutti quelli che ha ucciso. Per onorare i Dinasti. Per uguagliare suo padre. Perché le tradizioni lo esigono. Le sue lame bramano la testa di Tirelia. Non sa che, senza di lui, l'Apocalisse è certa.

È il secondo lavoro su cui applico tecniche ed elementi chiave della sceneggiatura (anzi, a breve non mi dispiacerebbe postare sulla mia pagina Facebook qualcosa di più specifico, step per step).  

Per l’altro scritto di quest’anno - sei mesi di lavoro: 40.000 caratteri per una storia di redenzione tra fantasy, folclore e fiaba dark - ho scelto il titolo «E fine della storia» e dovrebbe arrivare a dicembre su un'antologia targata Watson edizioni al fianco di 19 validissimi autori.  

Okay, solo un’ultima cosa, tremendamente importante, da dire. Un mese fa è scomparso Alan D. Altieri, mio principale punto di riferimento per quasi tutto quello in cui mi impegno, che faccio, che scrivo.
Molto di quello che ho scritto su questo stesso aggiornamento richiama a lui e ai Fantastici ragazzi che gestiscono la sua pagina Facebook.

Ecco. In memento di Sergio, Segretissimo Mondadori lancia il premio Alan D. Altieri per la spy-story. In più un suo racconto comparirà su «Gli uomini della Legione», ad agosto in edicola:

Franco Forte - NASCE IL PREMIO ALAN D. ALTIERI PER LA SPY STORY...

Mi fermo qui (ma solo perché non voglio tediarvi con nuovi lavori, progetti editoriali alle porte... degli inferi, e perché ho quattro bei testi da editare entro il 2018). 
La stanchezza si fa sentire, lo ammetto, ma all'abisso non si scampa.

Un Grande abbraccio,
Al